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Sfide e Strategie SEO Con L'Avvento Dell'Intell...

Sfide e Strategie SEO Con L'Avvento Dell'Intelligenza Artificiale

In questo articolo condivido la mia esperienza diretta nel marketing online e nella SEO, analizzando come l’intelligenza artificiale stia trasformando le regole del posizionamento sui motori di ricerca. Approfondisco temi come i segnali E-E-A-T, l’importanza del brand nelle ricerche AI e le nuove strategie pratiche per restare competitivi in un settore in costante evoluzione. Un’analisi tecnica ma concreta, con consigli applicabili fin da subito per chi vuole prepararsi al futuro della SEO. Tutte strategie provate e testate nel mio blog personale https://www.promarketer.it/

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Alessandro

August 19, 2025

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  1. Sfide e Strategie SEO Con L'Avvento Dell'Intelligenza Artificiale Negli ultimi

    anni ho osservato come l’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale nelle ricerche online abbia trasformato profondamente il panorama SEO. Strumenti come Google AI Overviews, Gemini, ChatGPT e Bing Copilot stanno riscrivendo le regole del gioco: milioni di utenti ora ottengono risposte sintetizzate direttamente nella SERP, e questo cambia le dinamiche di visibilità dei siti web. È un’era in cui la SEO tradizionale, basata solo su keyword e link, non basta più: serve adattarsi sfruttando i nuovi segnali che Google e le AI considerano come indicatori di fiducia e autorevolezza. Fortunatamente, nonostante alcuni potrebbero negare, la SEO non morirà; semplicemente dovremo apprendere nuove strategie per farci citare dalle AI e rimanere rilevanti. In questo articolo racconterò dalla mia esperienza come integrare tattiche tradizionali e innovative per dominare il mercato, affrontando le sfide future con approcci concreti. Uno studio recente evidenzia che, analizzando il comportamento degli AI Overviews, i brand forti emergono con più facilità perché gli LLM (Large Language Model) preferiscono fonti note. Google stesso ha riportato che gli utenti utilizzano gli AI Overviews ormai miliardi di volte. Questo significa che i motori (e le AI) cercano di fornire risposte sintetiche attingendo a siti affidabili. Se il tuo brand non compare tra le opzioni dei generatori di risposta, semplicemente non potrai essere citato da quelle fonti. Dunque uno dei primi obiettivi è aumentare la consapevolezza del marchio: ogni ricerca del nome della tua azienda invia a Google un segnale di fiducia. In pratica, più ricerche brand (“ricerca diretta”) ricevi, più Google e gli LLM capiscono che esisti ed è un brand ricercato. Il potere del brand nelle ricerche La costruzione del brand è la chiave per emergere. I nuovi motori e le piattaforme AI “riconoscono” prima i marchi noti e li usano per generare risposte. Dal mio punto di vista, conviene quindi far crescere rapidamente il traffico brandizzato: ciò si ottiene facendo in modo che la gente inizi a cercare volontariamente il nome della tua azienda. Alcune strategie concrete che consiglio sono: • Syndication sui media social: Ripubblicare contenuti originali del tuo blog o video sui principali canali social (LinkedIn, Reddit, forum di settore, Medium) costruisce molte “impronte” del tuo brand sul web. Questo porta i chatbot come Gemini o Perplexity a trovare più riferimenti sul tuo nome. • Annunci e campagne brand: Anche con budget minimi (anche pochi euro al giorno) si possono lanciare campagne di brand awareness su Facebook/Meta, YouTube o Google Ads. Ogni visualizzazione di un annuncio con il tuo marchio stimolerà le persone a
  2. cercarti su Google. Anche pochi spicci investiti in advertising mirato

    nel tuo mercato generano un picco di ricerche brand. • Contenuti video su YouTube: YouTube è il canale più veloce per far conoscere un marchio. Anche senza molti iscritti, caricare video in cui parli del tuo settore con il nome della tua azienda (ad esempio risposte a domande frequenti o guide pratiche) ti fa indicizzare dalle AI. I video vengono spesso condivisi e citati, spingendo ricerche brand aggiuntive. • Partecipazione a “best of” e round-up: Se possibile, cerca di far includere il tuo sito o brand in liste del tipo “migliori [agenzia, software, professionista] nel settore X”. Un inserimento in questi listicle genera curiosità negli utenti (che cercheranno poi il tuo nome). Se non riesci a entrare in quelli esistenti, puoi creare liste simili e condividerle (menzionando altri professionisti o aziende rilevanti che probabilmente condivideranno il post). In generale, Google premia i migliori segnali di fiducia: ricerche del brand, menzioni esterne e attività trasversale sul web. I link o i segnali del brand (come ancore di testo con il nome aziendale) rimangono un indicatore forte di valore. In poche parole: più la gente cerca te (o parla di te), più Google e le AI ti considerano autorevole. Un marchio debole, al contrario, viene ignorato dai bot dei motori. In sintesi, non fare SEO fine a sé stessa: crea riconoscibilità e coinvolgi il pubblico (anche con attività offline, PR o eventi online), così che la tua azienda inizi a comparire naturalmente nelle conversazioni settoriali. Diversificare il traffico e i segnali di fiducia Un altro aspetto fondamentale che ho imparato è che non basta puntare solo sulle visite organiche da Google. Al contrario, Google stesso vuole vedere una community intorno al tuo sito: se il 90% del traffico di un sito arriva solo dalla ricerca, può considerarlo innaturale. Per questo, uno dei consigli che applico sempre è diversificare le fonti di traffico: • Social media e referral: Genera interesse con post e campagne social (LinkedIn, Twitter, Facebook, Instagram, ecc.). Anche un piccolo investimento in advertising per portare utenti da social al tuo sito rende il traffico più “vario” e meno dipendente dall’algoritmo di ricerca. • Traffico diretto e newsletter: Costruisci una mailing list e attiva newsletter periodiche. Anche la semplice navigazione diretta (digitare il tuo dominio) è un segnale positivo: indica utenti fidelizzati che ti cercano intenzionalmente. • Traffico video: Come detto, i video su YouTube aumentano i clic e le visualizzazioni del marchio. Un video ben posizionato porta visite sia sul video stesso sia sul sito (dove spesso linki i tuoi articoli). • Backlink qualificati: Anche se formalmente i link rientrano negli “esteri”, ogni volta che un sito autorevole menziona o linka il tuo (per esempio in un guest post o una news), si genera traffico di referral. Questo migliora indirettamente la percezione del tuo dominio da parte di Google.
  3. Diversificando così il traffico (social, email, referral, diretto), stai dando

    a Google il segnale che c’è un interesse reale intorno al tuo brand, non solo “roba indicizzata”. In pratica aiuti i motori a capire che la tua azienda è rilevante nel mondo offline e online – un segnale di robustezza aziendale. Questo mix di fonti migliora la “resilienza” del sito agli aggiornamenti degli algoritmi e rafforza la tua posizione in SERP. Analisi dei log e ottimizzazione tecnica Spesso i marketer trascurano i file di log del server, ma proprio lì si trova la chiave per capire come le AI crawlano il tuo sito. Recenti esperimenti dimostrano che i bot intelligenti (come GPTBot di OpenAI o Googlebot esteso per SGE) non si comportano come i tradizionali Googlebot. Analizzando i log e filtrando gli user-agent di google-extended, gptbot, perplexitybot, ecc., puoi vedere quali pagine vengono effettivamente visitate dalle AI e quali sono ignorate. In poche parole, puoi scoprire se hai “buchi” di visibilità: magari il tuo blog è pieno di contenuti ma le AI li saltano perché non sono ben collegati. Ecco come sfruttare questo approccio: scarica i file di log dal tuo hosting e analizzali (anche caricandoli su ChatGPT-4o o simili con un prompt adeguato). Avrai un grafico delle frequenze di crawl bot AI e l’elenco delle URL più/meno visitate. Spesso succede che pagine “importanti” (FAQ, casi d’uso, guide) abbiano solo 1-2 link interni e dunque vengono ignorate. In questi casi, basta migliorare i link interni: aggiungi link contestuali alle pagine che vuoi far scoprire, partendo dalle pagine più autorevoli del tuo sito. Anche ampliare e arricchire i contenuti “snelli” (con approfondimenti, esempi, dati, schede tecniche) le rende più interessanti sia per l’utente sia per il crawler AI. Con questi aggiustamenti spesso si nota che bot AI prima inattivi ricominciano a visitare regolarmente quelle pagine entro poche settimane. Altre ottimizzazioni tecniche chiave da controllare (con strumenti come Google Search Console e test automatici) sono le seguenti: assicurati che non ci siano blocchi in robots.txt o tag “noindex” errati su pagine rilevanti; riduci al minimo i link rotti e redirect inutili (anche le AI odiano i redirect), correggi gli errori 404/500 rimanenti; verifica che il sito carichi rapidamente e sia responsive su mobile (Core Web Vitals ancora contano); e naturalmente installa un certificato SSL se non l’hai già fatto. Un occhio speciale meritano gli script JavaScript complessi: alcuni crawler AI non li eseguono bene, perciò contenuti chiave dovrebbero essere visibili anche nel codice sorgente. In generale, ogni miglioria che rende un sito “più facilmente leggibile” dai motori (più link interni, meno interruzioni tecniche, file CSS/JS minificati, ecc.) aiuta la SEO classica e premia anche negli ambienti AI. Contenuti “AI-ready” e formati ricchi I motori AI non analizzano solo testo puro: includono nei riassunti anche dati strutturati, immagini, video e tabelle. Per questo è utile creare pagine multimodali ben ottimizzate. Alcuni passi pratici che ho adottato: • Testo alternativo e nomi file descrittivi: il consiglio ufficiale di Google è di scrivere alt text utili per ogni immagine e usare nomi di file leggibili. Ad esempio mio-prodotto- shoes.jpg è meglio di IMG0001.jpg. Nel mio copywriting cerco di includere alt testuali
  4. naturali (“Foto dell’ufficio moderno di [nome brand]”) che aiutano la

    comprensione anche agli LLM. Google ha confermato che usa alt text e visione artificiale per capire il contenuto delle immagini. Se poi le AI comporranno risposte da immagini (o le trasformeranno in testo), avere un buon alt text e una legenda aiuta a mantenere accuratezza. • Tabelle HTML e dati strutturati: invece di un’immagine contenente un grafico o dati, conviene creare vere tabelle HTML. I modelli linguistici possono leggere tabelle e includerne i valori nelle risposte. Nella mia esperienza ho notato che le pagine con tabelle ben taggate vengono spesso citate nelle AI answer. Allo stesso modo, inserire dati strutturati (schema.org) come FAQ, HowTo, BlogPosting, ecc. guida i motori nella corretta interpretazione del contenuto e aumenta la possibilità di apparire nei rich snippet. Per esempio, applico sempre FAQ schema dove possibile (il markup JSON-LD). • Trascrizioni video: se pubblichi video (tutorial, webinar, interviste), metti sempre la trascrizione testuale sotto forma di testo sulla pagina. Questo migliora l’accessibilità (guadagnando punti UX) e aiuta i bot AI a “leggere” il contenuto verbale. Nei miei siti evito di lasciare video senza testo associato. • Formattazione chiara: utilizzo titoli (H1, H2, H3) precisi e paragrafi brevi, punti elenco e grassetti per evidenziare concetti. Google valorizza pagine dove il lettore trova subito risposta (più alto “dwell time” e completamento dell’intento). Per l’utente metto anche un breve sommario o “TL;DR” all’inizio dei miei articoli, così l’informazione chiave è subito visibile e non spingo l’utente a tornare indietro su Google. In breve, ogni pagina deve essere facile da “digerire” sia dall’occhio umano sia dagli algoritmi di sintesi AI: più formati (grafici, immagini, liste, video) ci sono insieme al testo di qualità, più è probabile che i motori ne estraggano informazioni utili. Infine, non dimentico la velocità e l’usabilità. Le pagine lente o mal ottimizzate abbassano il tasso di conversione e Google lo sa: ho visto siti con brutte performance per Core Web Vitals scendere in classifica. Un sito agile, con caricamento rapido e mobile-friendly, trattiene meglio l’attenzione e per Google diventa un segnale di affidabilità. Monitora velocità e layout shift e migliora immagini/gruppi di blocchi di testo. Approccio semantico e autorità tematica Con l’avvento dell’AI è importante superare l’ottimizzazione strettamente basata su parole chiave. Oggi prevale la ricerca per intenti e Google valuta la qualità del contenuto a livello più alto. Nei miei piani editoriali creo vere “mappe tematiche” del settore: parto da un argomento principale e sviluppo decine di sotto-argomenti (FAQ, HowTo, guide, ricerche correlate) che coprano ogni aspetto. In questo modo il sito diventa una sorta di hub di conoscenza. Google e le AI amano siti di nicchia ben coperti: segnalano autorevolezza e portano all’espansione graduale delle parole chiave posizionate. Come evidenzia un esperto di SEO, per dominare nel 2025 conviene “mappare l’intero settore e riempire ogni gap”. Scrivo ogni articolo come se dovesse diventare risposta definitiva a una domanda del pubblico. Uso titoli precisi e paragrafi brevi: rispondo a domande correlate (molto simili a quelle di People Also Ask). A volte inserisco brevi riepiloghi (“Key takeaways”) o box evidenziati che spiegano la soluzione immediata. Questo migliora l’engagement: nei test più recenti abbiamo osservato che utenti che
  5. trovano subito la risposta rimangono più a lungo sul sito

    (aumentando il dwell time, che Google monitora) e hanno minori probabilità di “torciarsi indietro” sui risultati (il cosiddetto pogosticking). In definitiva, migliorando il contenuto e fornendo informazioni esaurienti e utili, il sito guadagna posizioni sia in Google che nelle risposte AI, creando quell’impulso positivo che tutti i consulenti SEO desiderano. Link building di qualità e segnali tradizionali Non bisogna però abbandonare i fondamentali della SEO. I backlink di qualità rimangono un importante fattore di ranking. Oggi però si preferiscono pochi link autorevoli piuttosto che cento spam: investo in digital PR (articoli su testate rinomate, guest post in siti di settore) e cerco collaborazioni di valore. Un link da un sito affidabile ha peso molto maggiore di mille link irrilevanti. Questo va di pari passo con la reputazione del brand: ogni citazione su un forum, blog o rivista online può generare traffico diretto e aumentare le ricerche brand (facendo ripartire il meccanismo di cui parlavamo). Inoltre, Google (e indirettamente le AI) guardano ai segnali di fiducia come recensioni e social proof. Le recensioni positive (es. Google Reviews, Trustpilot, Yelp) e le testimonianze da parte di clienti aumentano la credibilità agli occhi degli utenti e dei motori. Nel mio lavoro, quando ottimizzo siti di professionisti, consiglio sempre di coltivare attivamente recensioni e di mostrare i badge di qualità (certificazioni, premi) sulle pagine chiave. Un esperimento su un sito professionale mi ha confermato che la semplice aggiunta di molte recensioni può “sbloccare” un sito stagnante. Infine, mantengo aggiornate le informazioni aziendali (Google Business Profile, directory di settore, Yellow Pages, ecc.) e organizzo azioni di diffusione mediatica: tutto questo crea segnali per i crawler di fiducia Google e di LLM, amplificando il potenziale di ranking futuro. Conclusione: adattarsi o restare indietro In sintesi, l’arrivo massiccio dell’intelligenza artificiale nella ricerca non segna la fine della SEO, ma una sua nuova evoluzione. Le stesse regole base (contenuti utili, link di valore, buona struttura tecnica) restano valide, ma ora vanno affiancate da strategie “AI-friendly”. Creare visibilità di brand, diversificare le fonti di traffico, semplificare la fruizione dei contenuti (testi, immagini, video) e mantenere autorevolezza restano le vie maestre per dominare le classifiche. Chi saprà integrare questi approcci e usare i dati reali (come i file log) per ottimizzare la presenza su motori e AI potrà trarre enormi vantaggi nei prossimi anni. La SEO non morirà, ma chi non si adatterà rimarrà ai margini: adattarsi e cambiare è l’unica vera risposta ai nuovi scenari di ricerca. Alessandro Sabbatini - ProMarketer.it